08/07/2009

Italia-Spagna, la sfida infinita

È di ieri la polemica che il Guardian ha intentato contro l’Italia, accusandola di essere inadatta ad essere membro del G8, e proponendo la sua sostituzione con la Spagna. Ora, l’Italia, e soprattutto gli italiani, sono senz’altro nel punto più basso della loro storia da parecchi secoli a questa parte: le stronzate, però, restano stronzate, specie se vengono da un Paese cattivo, ipocrita, e maestro come nessun altro nel perseguire in modo spietato i propri interessi mostrando al contempo un fair play di facciata comè l’Inghilterra. L’Inghilterra è la più grande nemica dell’Italia, dal 1600, non da oggi – da quando cioè la crisi del sistema politico italiano, caduto sotto il predominio straniero, fece sì che il Mediterraneo divenisse un mare inglese, dopo una breve parentesi di predominio olandese. Gli inglesi, al contrario di noi, hanno la memoria lunga; e sanno che, anche se la politica può cambiare nelle sue linee essenziali, la geopolitica invece no. Un’Italia forte, e quindi leader nel Mediterraneo, non è e non sarà mai ammissibile per gli interessi della perfida Albione. (Né mai saranno ammissibili, un Mediterraneo ricco ed un Mediterraneo pacificato: ma purtroppo l’analisi di quest’affermazione ci porterebbe troppo oltre.)

Ho già detto altrove cosa pensi sulla Spagna. Solo un’epoca stordita, vuota e sciocca come la nostra può ritenerla migliore dell’Italia. ("Migliore", poi, cosa vorrà dire?) Essenzialmente, la questione può riassumersi così: l’Italia è una media potenza che ha fallito nel tentativo di divenire una grande potenza; la Spagna è una media potenza strutturalmente impossibilitata a divenire una grande potenza. E scusate se è poco. Nessuno vuole negare gli enormi passi avanti compiuti dalla Spagna. Ma, di nuovo, se vi fosse un minimo di memoria storica (e critica), ci si ricorderebbe come, negli anni ‘50 e ‘60 dello scorso secolo, fosse l’Italia ad essere sugli scudi, esattamente come ora è per la Spagna. Con una grande differenza: la nostra fu, a tutti gli effetti, una rinascenza. Per gli italiani dalla memoria troppo corta, cioè tutti, sarà forse utile ricordare che, dal 1945 al 1985, l’Italia fu l’avanguardia culturale d’Europa. Cinema, letteratura, arte, design, non vi era un solo campo in cui il genio italiano non fosse parte dell’eccellenza, quando non l’eccellenza in toto, dell’Occidente. Il supposto rinascimento spagnolo cosa ha prodotto di veramente notevole, a parte Almodovar? La Spagna è rinata come società civile – e anche qui, vi sarebbe da dire, ma non vi è lo spazio –, ha creato un’insigne scuola di architettura, ha certamente instillato un senso di fervore, nei suoi abitanti così come negli stranieri, contagioso e profondo. Ma il livello e la quantità di questo "rinascimento" spagnolo non è minimamente paragonabile a quanto fatto dall’Italia nel secondo dopoguerra. Politicamente, la Spagna non conta né più né meno dell’Italia nel mondo, ossia non conta niente. Parliamo di economia? Siamo seri: è un’economia reale quella il cui PIL dipende per il 14% dalle costruzioni di case e per il 7% dal turismo? Tutti a dire che il PIL dell’Italia quest’anno cadrà del 5,2%, quello della Spagna del 4. Vero: ma l’Italia veniva da una crescita dello 0,1, la Spagna da una del 3,2. La caduta del PIL spagnolo è quindi del 7,2%, non del 4. La quota spagnola del commercio mondiale è dell’1,9%, quella italiana del 3,8, esattamente il doppio. La Spagna è forte solo nelle banche e nei telefoni; ha certamente una buona posizione nelle tecnologie per l’energia “pulita” del futuro, ma nulla che non si possa recuperare con un po’ di buona volontà. Fine della storia.
Intendiamoci, nessuno vuole negare che gli spagnoli siano stati bravi. Nel 1987, quando andai in Spagna per la prima volta, era normale venire importunati dappertutto per avere un’elemosina. Importunati da spagnoli intendo, non da marocchini o zingari. Ma che la Spagna – quella di sinistra di Zapatero – dia lezioncine a noi col ditino alzato, quello proprio no. Il sistema educativo è ancora peggiore del nostro; nessuno parla dei disservizi che ci sono eccome, con Barcellona che l’estate scorsa ha subito cinque lunghi blackout totali e non si sa quante interruzioni nella fornitura d’acqua. Della merda che invade Napoli, invece, si sa subito tutto anche in Groenlandia e tra i Watussi. La Spagna è inferiore in tutto all’Italia: in storia, cultura, tradizione, genio, creatività. Ma gli spagnoli hanno l’orgoglio, ciò che ha permesso loro di raddrizzare la schiena in così poco tempo. Oltre, ovviamente, a 3 miliardi di euro in fondi europei generosamente donati da Bruxelles per vent’anni. Noi siamo, e resteremo sempre, un popolo di geniali cazzoni. Geniali come nessuno, e cazzoni come nessuno. Non siamo credibili, e siamo indifendibili. Stamattina ho chiamato il Comune per far togliere un nido di vespe da casa di mia nonna. La prima impiegata mi ha detto di chiamare i pompieri. I pompieri mi hanno detto di chiamare il Comune, ma un altro ufficio. L’altro ufficio del Comune mi ha passato un altro interno, che non ha risposto per ben tre volte. Ho chiamato un altro interno ancora, il quale mi ha detto di rivolgermi all’ASL. Come si può difendere un sistema di merda così? E i cari italiani dovrebbero capire che, una volta che la gente pensa che tu sia una merda, è poi difficilissimo farle cambiare idea. Hai voglia a creare il marchio Magic Italy: per i prossimi vent’anni l’Italia sarà solo un nano deficiente che tira di coca spassandosela con le ragazzine, e tonnellate di merda per le strade di Napoli, anche se già a Salerno, 30 km più a est, la spazzatura in strada non sanno neppure cosa sia. È la nostra epoca, bellezza: stupida, superficiale, caciarona. Dove tutti dicono che ci sono più turisti in Spagna che in Italia, ma nessuno dice che si tratta della gioventù di tutta Europa che va lì perché sa di trovare scopate facili e droga a go-go, mica monasteri per vacanze spirituali. È il gusto che è scomparso: perciò la Spagna ci supera. La pubblica opinione e la stampa si adeguano. E in un’epoca come questa la buona stampa è tutto.
Quella buona stampa che invece gli inglesi non lesinano verso gi spagnoli, per i loro sporchi scopi. Una volta rimpiazzata l’Italia con la Spagna, infatti, state tranquilli che inizierebbero a farle le pulci con la stessa spietatezza. Intanto non deve loro sembrare vero che due grandi Paesi del Mediterraneo siano in una condizione di rivalità continua, sfiancandosi interminabilmente, e perpetuando così il dominio anglosassone, e non latino, sul nostro mare, che dovrebbe a tutti gli effetti essere anche il mare nostro. Quanto all’argomentazione del Guardian, la si smonta in due secondi. Secondo loro, che però citano fonti governative (il che rende la cosa ancora più interessante, fa cioè vedere come il tutto sia voluto dalla cricca massonica che regge Londra e le sorti del pianeta), la Spagna dovrebbe rimpiazzarci perché il PIL pro capite spagnolo è più alto del nostro. Bene. A parte che la superacción, avvenuta nel 2007, è questionabile, perché avvenne considerando i due PIL a parità di potere d’acquisto, e non in termini reali (a parità di potere d'acquisto, per dire, la Repubblica Ceca ha un PIL pro capite di 25.000 €, e non di 15.000, com
è in realtà); essendo che però quest’anno, se teniamo buone le previsioni attuali, il superamento avverrà anche in termini reali, lasciamo pure stare l’argomento. Sì, però: il superamento vorrà dire i loro 23.000 euro contro i nostri 22.800, capirai che roba. Ma tantè.

Volendo attenerci strettamente all’argomentazione degli inglesi, delle due l’una: o la storia del PIL pro capite vale in termini assoluti, oppure entrano in gioco anche altri fattori. Nel primo caso, non si vede perché del G8 non dovrebbero far parte il Lussemburgo, che coi suoi 42.000 € di PIL pro capite è il più ricco Paese dell’UE, o la Norvegia, che coi suoi 70.000 € è il Paese più ricco del mondo e ci manda tutti allegramente a fare in culo. Nel secondo caso, vi sono ragioni storiche, politiche ed economiche perché sia l’Italia e non la Spagna ad essere nel G8. Eccone alcune: anche lasciando stare il trascurabile dettaglio che l’Italia, con la Grecia, è una delle due culle della civiltà occidentale mentre la Spagna col fischio, l’Italia è un membro fondatore dell’UE, la Spagna no; l’Italia impiega nelle neocoloniali “missioni umanitarie” a difesa degli interessi dell’impero americano-occidentale un numero di soldati che è più di quattro volte il numero dei soldati impiegati dalla Spagna; e il PIL dell’Italia come Paese (non, quindi, considerato pro capite) è circa una volta e mezza quello della Spagna, 1600 miliardi di € contro i 1100 di una Spagna già al massimo dei giri. Applicando in modo stringente il ragionamento proposto dal Guardian, è chiaro che semmai dovrebbe essere il Canada e non l’Italia ad uscire dal G8, perché è vero che il PIL canadese pro capite è più elevato, ma la Spagna ha superato il Canada in termini di PIL assoluto (1100 miliardi di € contro i 1050 del il Canada). Ma il Canada è anglosassone, che diamine, l’Italia no! Che ipocrisia, che disonestà intellettuale, che faccia tosta da parte di chi ha razziato impunemente il mondo per 500 anni e ha osato chiamare questo sistema “civiltà”, che schifo. In un mondo migliore, Italia e Spagna unirebbero le forze. In economia: noi cediamo loro la Telecom e una grossa banca (il Monte dei Paschi), loro ci danno la loro società petrolifera (troppo piccola per sopravvivere da sola), e insieme fondiamo al 50-50 le nostre principali autostrade. In politica estera: un polo da 100 milioni di abitanti gravitante sul Mediterraneo, a riequilibrare l’Europa “nordica” ora totalmente sbilanciata sul Baltico (e, in prospettiva, con dentro tutti i Balcani e la Turchia il Mediterraneo tornerebbe maggioranza). Loro un buon esercito, noi una buona aviazione e la terza marina d’Europa dopo quelle inglese e francese. Ma si sa, l’Europa è fatta perché ognuno vada per la sua strada, a scomparire nell’insignificanza in un mondo dove i giocatori si chiamano Cina, India, Russia, Brasile. Magari litigando per un posto in club, come il G8, presto destinati a contare come il dopolavoro INPS.