07/02/2010

Il fascismo vigliacco

Il nuovo decreto di Maroni sul permesso di soggiorno a punti è solo l'ennesima riprova del fascismo strisciante che ormai ammorba senza ritegno, sfrontatamente, una repubblica che, sulla carta, sul rifiuto del fascismo dovrebbe invece fondarsi. Ma si tratta di un fascismo subdolo, vigliacco, fortissimo e brutale coi deboli, e debole, anzi servile, coi forti e coi potenti. Un fascismo che è rappresentato pienamente da un movimento allucinatorio come la Lega Nord, il quale non esita a fingersi proletario quando si tratta di criticare la FIAT e gli aiuti che essa per decenni ha ricevuto dallo Stato, ma diviene subito ossequioso coi poteri economici e finanziari approvando loro quel servigio noto come il pacchetto giustizia. Il quale, attenzione, non serve solo al nano di Arcore, ma a Tronchetti Provera, a Tanzi, e soprattutto a Geronzi. E in futuro potrebbe servire ai Benetton, ai Ligresti, ai Caltagirone, insomma a tutti quei pezzi da novanta dell'establishment finanziario di casa nostra che si apprestano, complice il loro sodale Silvio, a mettere le mani per sempre su ciò che dell'Italia produce ricchezza e occasioni di ricchezza - il resto, va da sé, affibbiandolo invece allo Stato, che avrà così solo e sempre oneri, e mai anche uno straccio di ritorno degno di questo nome - e a spartirselo tra di loro al riparo da ogni possibile fastidio, tipo leggi, Costituzione, magistratura, informazione libera e plurale e minchiate così.


Ecco, mentre la Lega fa ciò con la mano sinistra, con la destra approva il decreto che introduce il permesso di soggiorno a punti. Io non mi capacito di tanta sottile perfida, di tanta crudeltà sparsa con sorrisi freddi e gentili, al riparo delle ipocrisie di cui è intessuta - è fatta - l'intera realtà italiana, o quasi. Già oggi, infatti, la triste burocrazia dell'immigrazione rende la vita pressoché impossibile ai tanti stranieri di buona volontà che vorrebbero essere in regola, seguire le leggi, e stare qui solo per cercare un futuro che a casa loro non riescono a costruirsi. Anzi, diciamocelo chiaramente: già oggi la burocrazia rende la vita impossibile a noi, che in questo Paese ci siamo nati e la sua lingua la parliamo (anche se sempre peggio, a giudicare da come l'italiano lo parliamo e soprattutto lo scriviamo), figuriamoci a persone che giungono da culture diversissime e da altri continenti! Ecco che allora il decreto Maroni si manifesta per ciò che è: una mannaia, anzi no, una vera e propria condanna a morte per centinaia di migliaia di persone oneste che sono qui a fare i lavori che sempre noi non vogliamo più fare. (Certamente, se le paghe fossero diverse forse torneremmo a farli: ma questo aprirebbe il capitolo delle politiche sociali e salariali, che in questo Paese ormai semplicemente non esistono, sostituite come sono da dubbi palliativi come la social card, o residui da sindacalismo assistenzialista degli anni '60 come la cassa integrazione sganciata dall'obbligo di formazione permanente. Tutte cose che stanno bene a chi comanda, che perciò alla fine rivela di volere sempre più immigrati, altro che storie. Meglio lasciar perdere e cambiare discorso.)

Maroni finge di ignorare che sono ormai migliaia i poliziotti, i carabinieri e i funzionari delle questure che, sul traffico dei permessi e dei documenti, ci guadagnano molto spesso una seconda paga, se non di più. Finge di ignorare che la burocrazia italiana - elefantiaca, asfissiante, inefficiente e corrotta - è sempre stata un porto sicuro dove l'illegalità piccola e grande e grandissima può prosperare indisturbata. Finge di ignorare che i permessi di soggiorno, in teoria ottenibili in sei mesi al massimo, in realtà giungano anche dopo un anno e mezzo, lasciando nel frattempo migliaia di persone in un limbo legale che li espone ad ogni sorta di ricatto da parte dei padroni-sfruttatori. Finge di ignorare come moltiplicare gli obblighi burocratici condurrà inevitabilmente sempre più persone all'esasperazione, alla disperazione, e quindi ad una giusta, sacrosanta rivolta degli schiavi. Che a sua volta condurrà a repressioni sempre più sanguinose e al moltiplicarsi della paura, e degli stati d'assedio, specie quelli nelle menti, già in servizio permanente effettivo grazie alle campagne di odio dei mezzucci d'informazione di destra. Va bene, è un calcolo politico di tipo populista (e pericoloso), lo sappiamo benissimo: ma ciò che mi fa schifo è l'ipocrisia, l'eterno uso delle vie di mezzo, il non scegliere. Questi sono, a tutti gli effetti fascisti, perché razzisti su base etnica e religiosa: ma sono dei fascisti vigliacchi, che mai e poi mai proclamerebbero a voce alta la loro fede violenta, il rifiuto sprezzante e schifato per l'Altro in quanto tale (oggi i neri, domani i gay, dopodomani le donne: ecco il percorso, già ben che tracciato).


Io non mi scandalizzo di fronte ad un "No" secco e deciso pronunciato come risposta al problema dell'immigrazione. E' una delle due risposte possibili, perché no? Almeno è una risposta, una strategia, una linea politica ed etica, anche se di un'etica e di una politica che non condivido. Perché l'immigrazione è uno di quei problemi che per sua natura impongono l'atteggiamento assunto da Cristo nei Vangeli (che questi sedicenti pseudocattolici di merda ovviamente non conoscono, e anzi combattono con la bava alla bocca): "Sia il vostro parlare: sì sì, no no." (E poco dopo aggiunge che non si possono servire insieme Dio e Mammona. Capito, legaioli che approvate i salvacondotti per i vari Mammona d'Italia?) E quindi: o diciamo no, e allora fuori tutti gli irregolari, basta sanatorie, da noi non passa più neppure uno spillo, presidiamo la Fortezza Italia (una sorta di gigantesco carcere all'incontrario, dove le persone libere stanno all'interno delle mura penitenziarie...) giorno e notte ma sul serio, non firmando gli accordi coi dittatori africani coinvolti  nei traffici d'urano con le potenze ex (?) coloniali nostre cugine d'Oltralpe. O diciamo di sì, e allora li accogliamo, consapevoli dei costi, economici e soprattutto umani, che questo comporta, li integriamo sul serio con politiche degne di questo nome e soprattutto di questo fatto, dalla scuola ai diritti politici e sociali. Ma non questa pastetta, questa miseria, questa merda così schifosamente italiana e "moderata" e "centrista", il solito colpo al cerchio seguito dal colpo alla botte: fascisti sì, ma che hanno paura di usare il manganello. Meglio, molto meglio usare l'anonima, asettica, impersonale arma della burocrazia, dei cui ritardi nessuno è colpevole, in modo che sia nei suoi meandri, nei suoi corridoi e sottoscala pieni di armadi farciti di faldoni polverosi lasciati a marcire, e non nei troppo visibili lager dei centri d'accoglienza temporanea, che si perdano per sempre migliaia di nomi, di corpi, di vite - lentamente, dolcemente, in silenzio, quasi ad evaporare. Noi abbiamo il dovere di prendere posizione, perché l'immigrazione è la più grande tragedia del nostro tempo, e forse l'unica, prima ancora della fame e della guerra, che possa vantarsi di esistere da che l'uomo comparve sulla Terra. Lo dobbiamo a noi stessi, in quanto persone libere di scegliere assumendosi fino in fondo le responsabilità che ogni scelta comporta. E lo dobbiamo soprattutto a loro, ai poveri, ai diseredati, agli ultimi. I quali, se proprio non li vogliamo aiutare in alcun modo, almeno questo lo meritano: una risposta secca, chiara, precisa e decisa. Non l'ipocrisia del nostro fascismo vigliacco.

15/12/2009

L'economia dell'apparenza

Nella società dell'apparenza, dove la cosa più virtuale che vi sia ha la faccia tosta di chiamarsi "reality show", l'economia non può fare eccezione. Prendete ad esempio la crisi della Grecia che sta attualmente scuotendo i mercati: improvvisamente si scopre che i titoli di Stato greci sono carta da culo, che sotto le banche greche le capre investitori (una volta erano il parco buoi) crepano anzichenò, che la solidità economica del Paese è inferiore a quella del formaggio feta e via così. Il tutto, naturalmente, dal giorno alla notte: perché prima invece no, la Grecia era un Paese a posto, e tutti, ma proprio tutti - Unione e Banca Centrale Europee, agenzie di rating, investitori istituzionali - dormivano sonni tranquilli e non si erano accorti di alcunché. La percezione (o la speculazione sulla percezione) che la Grecia potrebbe andare con le gambe all'aria, con evidenti ripercussioni su tutta l'area euro, ha indebolito la nostra moneta nei confronti del dollaro. In meno di una settimana, il rapporto è sceso da sopra quota 1,5 a sotto 1,43, un movimento pazzesco per un mercato tradizionalmente lento come quello dei cambi (sarebbe come se un mercante del suk di Marrakash improvvisamente passasse a contrattazioni solo online).
L'apprezzamento del dollaro, a sua volta, ha dato un po' di fiato ai risparmiatori/consumatori americani, che in questo modo possono tornare a praticare il loro sport preferito: comprare roba dall'estero, aiutati in questo dallo stato attuale del deficit commerciale USA, che oggi viaggia intorno al 3,5%, ben lontano dalle insostenibili quote sopra al 7% di prima della crisi, sì che effettivamente spazio per allentare un poco l'attuale rigore ce n'è. Soprattutto, l'attuale apprezzamento del dollaro fa sì che il valore del gigantesco deficit commerciale accumulato dagli americani verso la Cina si riduca in termini assoluti, mentre i cinesi, che ormai detengono buoni del Tesoro americano per un valore intorno ai 2000 miliardi di dollari, sono ben felici di vedere che il loro investimento improvvisamente si rivaluti.
E non è finita, perché gli europei a loro volta approfitteranno del dollaro forte per aumentare le loro esportazioni, dando così vigore ad una ripresa finora un poco stitica; mentre il conseguente aumento delle azioni europee offrirà a investitori e speulatori di tutto il mondo un nuovo rifugio per i loro danari, permettendo alla borsa americana di tirare il fiato dopo 9 mesi di rialzi consecutivi.
Tutto bene, dunque? Sì, tutto bene, se non fosse che quest'ennesima crisi perfetta cade talmente a puntino da sembrare, appunto, finta - o voluta, pilotata, scegliete voi. Se non ci fosse stata, bisognerebbe davvero averla inventata. Che volete: una crisetta qui, una duomata in testa lì, e tutto s'aggiusta, tutto va ben, madama la marchesa.

15/09/2009

Crepuscolo degli idoli

E così, siamo all’inizio del declino; forse addirittura già un po’ più in là. Le schermaglie avvenute lo scorso fine settimana, infatti, non fanno presagire nulla di buono per il regime pornomediatico che controlla la settima potenza economica al mondo. Lo scambio di cortesie tra Fini e Bossi segna l’inizio dello scontro tra chi veramente detiene il potere nel Governo, ossia il secondo, e chi può veramente proporsi come l’unico successore davvero credibile di Berlusconi alla guida del centro destra (il primo). Non vedo nulla di tragico nel fatto che, per succedere a Berlusconi, Fini abbia alla fine dovuto divenirne il più mortale nemico. Le investiture senza scossoni sono infatti consacrazioni di monarchi fantoccio (vedi Putin e Medvedev). Da che mondo è mondo, le vere successioni, quelle che determinano un reale cambiamento di indirizzo politico, avvengono invece sotto forma di congiure di palazzo, tu quoque Brute fili mi e codazzo di pugnali immersi nel sangue dell’idolo rovesciato di turno; non vedo, francamente, perché Berlusconi dovrebbe fare eccezione. Il Governo è sotto un fuoco concentrico di dimensioni impressionanti, troppo grande per non far pensare ad una regia. Ha ragione Berlusconi, è in atto una congiura dall’estero per rovesciarlo: non per salvare la democrazia italiana, come solo i fessi che scrivono “Help us” sul sito del País possono credere, ma, e mi dispiace molto ammetterlo, perché le scelte di politica estera compiute da Berlusconi sono giuste, e danno fastidio soprattutto agli inglesi, e ai francesi in secondo luogo. Se a questi interventi si aggiunge l’influsso dell’altra potenza straniera che più di ogni altra determina le vicende di casa nostra, cioè la Chiesa, il quadro è preciso. La Chiesa, che è molto più accorta della nostra finta opposizione, forse ha iniziato un suo riposizionamento. Gli attacchi che da un po’ di mesi i giornali cattolici vanno lanciando, infatti, si concentrano proprio sulla Lega, cioè il nerbo del Governo. Ma è anche vero che vi è in questo momento nella Chiesa una profonda spaccatura tra Segreteria di Stato vaticana da un lato, e Conferenza episcopale italiana e il Papa dall’altro. Tale spaccatura è innanzitutto una lotta di potere intestina, e solo in parte ha a che fare con le vicende politiche italiane (con la Segreteria che appoggia il Governo in modo intransigente, e i vescovi ormai in aperta rivolta). È però anche vero che in nessun caso i vescovi rischierebbero una frattura insanabile con la Curia allo scopo di affondare un Governo che pure è ormai visto in modo ostile. Per cui vi è da aspettarsi, da parte della Chiesa, un lavorìo sotterraneo piuttosto che una presa di posizione plateale.

Ma intanto il Governo è solo. La Chiesa lavora alla creazione del Grande Centro, progetto in realtà per nulla nuovo. Se ne parlava nell’autunno del 2007, quando allo sfacelo imminente di Prodi (che pure era riuscito a sopravvivere a più di 200 votazioni parlamentari consecutive sulla legge finanziaria) si accompagnava quello della destra, con Fini che ridicolizzava Berlusconi, il quale, esattamente come oggi, rispondeva con attacchi personali sul Giornale di famiglia (Fini allora aveva appena divorziato per una donna molto più giovane). Fini era anche stato ad un segretissimo pranzo con Casini e Montezemolo, in cui si era parlato del progetto di un nuovo partito. Poi venne il proclama berlusconiano dal predellino di un’auto blu in piazza san Babila, e tutto rientrò nei ranghi, anche perché i sondaggi seri davano alla destra il vantaggio schiacciante che in effetti raccolse. Solo per mostrarsi in realtà di natura opposta a quanto sperato da Berlusconi: giacché, se è vero che la coalizione stravinceva, Forza Italia perdeva però ben il 5% su base nazionale, mentre la Lega trionfava. Oggi il premier è debole, non controlla nulla di ciò che è realmente decisivo. Sembra in realtà svogliato: in ciò che conta davvero nel potere, cioè i simboli e i programmi, lascia totalmente campo libero alla Lega. Pesta i piedi per delle minuzie: la troia da far ministra a tutti i costi, i proclami ossessivi contro i magistrati, l'interminabile scelta di quale direttore imporre a quale rete televisiva per sistemare le amanti.  Roba da cumenda di periferia da anni '50. L’aveva, in fondo, preannunciato lui stesso: si candidava solo per il bene dell’Italia, non perché ne avesse veramente voglia. E così è: si concentra sulle amanti, le orge, le feste, i trapianti e i lifting vari. A chi mi obiettasse che almeno la politica estera la fa, rispondo che quest'ultima è in realtà dettata, più che da sue intuizioni come ama pensare e vuol farci credere, dallo strapotere e dalla demoniaca intelligenza delle menti al servizio di quello Stato nello Stato che da sempre è l’ENI, ultima nostra zattera della Medusa rimasta (anche, va detto, grazie a cinquant'anni di stupido buonismo di sinistra) a perseguire senza vergogna uno scopo geopolitico di potenza.

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