08/07/2009
Italia-Spagna, la sfida infinita
È di ieri la polemica che il Guardian ha intentato contro l’Italia, accusandola di essere inadatta ad essere membro del G8, e proponendo la sua sostituzione con la Spagna. Ora, l’Italia, e soprattutto gli italiani, sono senz’altro nel punto più basso della loro storia da parecchi secoli a questa parte: le stronzate, però, restano stronzate, specie se vengono da un Paese cattivo, ipocrita, e maestro come nessun altro nel perseguire in modo spietato i propri interessi mostrando al contempo un fair play di facciata com’è l’Inghilterra. L’Inghilterra è la più grande nemica dell’Italia, dal 1600, non da oggi – da quando cioè la crisi del sistema politico italiano, caduto sotto il predominio straniero, fece sì che il Mediterraneo divenisse un mare inglese, dopo una breve parentesi di predominio olandese. Gli inglesi, al contrario di noi, hanno la memoria lunga; e sanno che, anche se la politica può cambiare nelle sue linee essenziali, la geopolitica invece no. Un’Italia forte, e quindi leader nel Mediterraneo, non è e non sarà mai ammissibile per gli interessi della perfida Albione. (Né mai saranno ammissibili, un Mediterraneo ricco ed un Mediterraneo pacificato: ma purtroppo l’analisi di quest’affermazione ci porterebbe troppo oltre.)
Ho già detto altrove cosa pensi sulla Spagna. Solo un’epoca stordita, vuota e sciocca come la nostra può ritenerla migliore dell’Italia. ("Migliore", poi, cosa vorrà dire?) Essenzialmente, la questione può riassumersi così: l’Italia è una media potenza che ha fallito nel tentativo di divenire una grande potenza; la Spagna è una media potenza strutturalmente impossibilitata a divenire una grande potenza. E scusate se è poco. Nessuno vuole negare gli enormi passi avanti compiuti dalla Spagna. Ma, di nuovo, se vi fosse un minimo di memoria storica (e critica), ci si ricorderebbe come, negli anni ‘50 e ‘60 dello scorso secolo, fosse l’Italia ad essere sugli scudi, esattamente come ora è per la Spagna. Con una grande differenza: la nostra fu, a tutti gli effetti, una rinascenza. Per gli italiani dalla memoria troppo corta, cioè tutti, sarà forse utile ricordare che, dal 1945 al 1985, l’Italia fu l’avanguardia culturale d’Europa. Cinema, letteratura, arte, design, non vi era un solo campo in cui il genio italiano non fosse parte dell’eccellenza, quando non l’eccellenza in toto, dell’Occidente. Il supposto rinascimento spagnolo cosa ha prodotto di veramente notevole, a parte Almodovar? La Spagna è rinata come società civile – e anche qui, vi sarebbe da dire, ma non vi è lo spazio –, ha creato un’insigne scuola di architettura, ha certamente instillato un senso di fervore, nei suoi abitanti così come negli stranieri, contagioso e profondo. Ma il livello e la quantità di questo "rinascimento" spagnolo non è minimamente paragonabile a quanto fatto dall’Italia nel secondo dopoguerra. Politicamente, la Spagna non conta né più né meno dell’Italia nel mondo, ossia non conta niente. Parliamo di economia? Siamo seri: è un’economia reale quella il cui PIL dipende per il 14% dalle costruzioni di case e per il 7% dal turismo? Tutti a dire che il PIL dell’Italia quest’anno cadrà del 5,2%, quello della Spagna del 4. Vero: ma l’Italia veniva da una crescita dello 0,1, la Spagna da una del 3,2. La caduta del PIL spagnolo è quindi del 7,2%, non del 4. La quota spagnola del commercio mondiale è dell’1,9%, quella italiana del 3,8, esattamente il doppio. La Spagna è forte solo nelle banche e nei telefoni; ha certamente una buona posizione nelle tecnologie per l’energia “pulita” del futuro, ma nulla che non si possa recuperare con un po’ di buona volontà. Fine della storia.
Intendiamoci, nessuno vuole negare che gli spagnoli siano stati bravi. Nel 1987, quando andai in Spagna per la prima volta, era normale venire importunati dappertutto per avere un’elemosina. Importunati da spagnoli intendo, non da marocchini o zingari. Ma che la Spagna – quella di sinistra di Zapatero – dia lezioncine a noi col ditino alzato, quello proprio no. Il sistema educativo è ancora peggiore del nostro; nessuno parla dei disservizi che ci sono eccome, con Barcellona che l’estate scorsa ha subito cinque lunghi blackout totali e non si sa quante interruzioni nella fornitura d’acqua. Della merda che invade Napoli, invece, si sa subito tutto anche in Groenlandia e tra i Watussi. La Spagna è inferiore in tutto all’Italia: in storia, cultura, tradizione, genio, creatività. Ma gli spagnoli hanno l’orgoglio, ciò che ha permesso loro di raddrizzare la schiena in così poco tempo. Oltre, ovviamente, a 3 miliardi di euro in fondi europei generosamente donati da Bruxelles per vent’anni. Noi siamo, e resteremo sempre, un popolo di geniali cazzoni. Geniali come nessuno, e cazzoni come nessuno. Non siamo credibili, e siamo indifendibili. Stamattina ho chiamato il Comune per far togliere un nido di vespe da casa di mia nonna. La prima impiegata mi ha detto di chiamare i pompieri. I pompieri mi hanno detto di chiamare il Comune, ma un altro ufficio. L’altro ufficio del Comune mi ha passato un altro interno, che non ha risposto per ben tre volte. Ho chiamato un altro interno ancora, il quale mi ha detto di rivolgermi all’ASL. Come si può difendere un sistema di merda così? E i cari italiani dovrebbero capire che, una volta che la gente pensa che tu sia una merda, è poi difficilissimo farle cambiare idea. Hai voglia a creare il marchio Magic Italy: per i prossimi vent’anni l’Italia sarà solo un nano deficiente che tira di coca spassandosela con le ragazzine, e tonnellate di merda per le strade di Napoli, anche se già a Salerno, 30 km più a est, la spazzatura in strada non sanno neppure cosa sia. È la nostra epoca, bellezza: stupida, superficiale, caciarona. Dove tutti dicono che ci sono più turisti in Spagna che in Italia, ma nessuno dice che si tratta della gioventù di tutta Europa che va lì perché sa di trovare scopate facili e droga a go-go, mica monasteri per vacanze spirituali. È il gusto che è scomparso: perciò la Spagna ci supera. La pubblica opinione e la stampa si adeguano. E in un’epoca come questa la buona stampa è tutto.
Quella buona stampa che invece gli inglesi non lesinano verso gi spagnoli, per i loro sporchi scopi. Una volta rimpiazzata l’Italia con la Spagna, infatti, state tranquilli che inizierebbero a farle le pulci con la stessa spietatezza. Intanto non deve loro sembrare vero che due grandi Paesi del Mediterraneo siano in una condizione di rivalità continua, sfiancandosi interminabilmente, e perpetuando così il dominio anglosassone, e non latino, sul nostro mare, che dovrebbe a tutti gli effetti essere anche il mare nostro. Quanto all’argomentazione del Guardian, la si smonta in due secondi. Secondo loro, che però citano fonti governative (il che rende la cosa ancora più interessante, fa cioè vedere come il tutto sia voluto dalla cricca massonica che regge Londra e le sorti del pianeta), la Spagna dovrebbe rimpiazzarci perché il PIL pro capite spagnolo è più alto del nostro. Bene. A parte che la superacción, avvenuta nel 2007, è questionabile, perché avvenne considerando i due PIL a parità di potere d’acquisto, e non in termini reali (a parità di potere d'acquisto, per dire, la Repubblica Ceca ha un PIL pro capite di 25.000 €, e non di 15.000, com’è in realtà); essendo che però quest’anno, se teniamo buone le previsioni attuali, il superamento avverrà anche in termini reali, lasciamo pure stare l’argomento. Sì, però: il superamento vorrà dire i loro 23.000 euro contro i nostri 22.800, capirai che roba. Ma tant’è.
Volendo attenerci strettamente all’argomentazione degli inglesi, delle due l’una: o la storia del PIL pro capite vale in termini assoluti, oppure entrano in gioco anche altri fattori. Nel primo caso, non si vede perché del G8 non dovrebbero far parte il Lussemburgo, che coi suoi 42.000 € di PIL pro capite è il più ricco Paese dell’UE, o la Norvegia, che coi suoi 70.000 € è il Paese più ricco del mondo e ci manda tutti allegramente a fare in culo. Nel secondo caso, vi sono ragioni storiche, politiche ed economiche perché sia l’Italia e non la Spagna ad essere nel G8. Eccone alcune: anche lasciando stare il trascurabile dettaglio che l’Italia, con la Grecia, è una delle due culle della civiltà occidentale mentre la Spagna col fischio, l’Italia è un membro fondatore dell’UE, la Spagna no; l’Italia impiega nelle neocoloniali “missioni umanitarie” a difesa degli interessi dell’impero americano-occidentale un numero di soldati che è più di quattro volte il numero dei soldati impiegati dalla Spagna; e il PIL dell’Italia come Paese (non, quindi, considerato pro capite) è circa una volta e mezza quello della Spagna, 1600 miliardi di € contro i 1100 di una Spagna già al massimo dei giri. Applicando in modo stringente il ragionamento proposto dal Guardian, è chiaro che semmai dovrebbe essere il Canada e non l’Italia ad uscire dal G8, perché è vero che il PIL canadese pro capite è più elevato, ma la Spagna ha superato il Canada in termini di PIL assoluto (1100 miliardi di € contro i 1050 del il Canada). Ma il Canada è anglosassone, che diamine, l’Italia no! Che ipocrisia, che disonestà intellettuale, che faccia tosta da parte di chi ha razziato impunemente il mondo per 500 anni e ha osato chiamare questo sistema “civiltà”, che schifo. In un mondo migliore, Italia e Spagna unirebbero le forze. In economia: noi cediamo loro la Telecom e una grossa banca (il Monte dei Paschi), loro ci danno la loro società petrolifera (troppo piccola per sopravvivere da sola), e insieme fondiamo al 50-50 le nostre principali autostrade. In politica estera: un polo da 100 milioni di abitanti gravitante sul Mediterraneo, a riequilibrare l’Europa “nordica” ora totalmente sbilanciata sul Baltico (e, in prospettiva, con dentro tutti i Balcani e la Turchia il Mediterraneo tornerebbe maggioranza). Loro un buon esercito, noi una buona aviazione e la terza marina d’Europa dopo quelle inglese e francese. Ma si sa, l’Europa è fatta perché ognuno vada per la sua strada, a scomparire nell’insignificanza in un mondo dove i giocatori si chiamano Cina, India, Russia, Brasile. Magari litigando per un posto in club, come il G8, presto destinati a contare come il dopolavoro INPS.
16:37
Scritto da : doncarlos_ts
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24/05/2009
Il cavaliere, la morte e il diavolo
Non amo occuparmi di ciò di cui si occupano già tutti: capirete quindi la mia ritrosia a scrivere di Berlusconi. Se lo faccio, è perché sento che stavolta ne vale la pena. Che si è finalmente passato un limite, che abbiamo svoltato una curva, sì che forse la storia, il tempo – elementi che Berlusconi aborre e cerca di cristallizzare in tutti i modi nell’irrealtà dell’eterno presente mediatico – possano seguire il loro corso naturale e giungere una buona volta alla fine.
Ieri sera, chissà perché, ho seguito il telegiornale di Emilio Fede. Non l’ho mai fatto, per un evidente disgusto verso il personaggio. Ma ieri sera, nel mio zapping pre-cena, non ho cambiato canale, e me lo sono sorbito quasi tutto. Dopo affascinanti servizi su come Venezia e Perugia avessero sopportato il caldo di questi giorni, Fede ha anticipato sibillino una “rivelazione” circa il “caso Noemi”. Così, sono rimasto connesso, fino a quando la “rivelazione” è apparsa: in un periodo della sua vita in cui doveva fare il giornalaio per campare, Fede avrebbe conosciuto la nonna di Noemi perché l’edicola da lui gestita era a Casoria. Ah. Che scemenza, pensai. Capirai che ce frega. E soprattutto, cosa aggiunge questa “rivelazione” alla linea di difesa che Berlusconi ha sin qui tenuto?
Stamattina, leggendo Repubblica, la risposta. Fede aveva chiaramente avuto notizia del bellissimo e pericolosissimo articolo (http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/parla-gino/parla-gino.html) che sarebbe apparso oggi, e aveva voluto giocare d’anticipo. A modo suo, da servo sciocco, da cane idiota convinto di dover fare qualcosa, qualunque cosa, per difendere il suo padrone. E se stesso, perché l’articolo, che è un’intervista con l’ex fidanzato di Noemi, inchioda proprio Fede come colui che ha permesso l’incontro tra la ragazza e papi.
Il cavaliere. Dall’articolo emergono due verità: Berlusconi ha mentito su tutto, e vabbè, sai che scoperta; la sua quasi ex moglie ha usato parole precisissime, e soprattutto vere – e questo invece conta molto. Due accuse, in particolare: «Mio marito frequenta le minorenni», e «Mio marito sta male» emergono in tutta la loro gravità e verità. Dall’articolo vediamo un Fede che gira per agenzie di modelle a caccia di book fotografici. Ufficialmente a caccia di ragazze per le sue trasmissioni, ma con l’evidente doppio scopo di procacciare eventuali bocconcini per il capo e riservarglieli, marchiandoli come mucche. Fede dimentica sul tavolo (qui l’ex fidanzato della ragazza commette forse una pietosa ingenuità) l’album fotografico di Noemi, o più probabilmente lo sottopone di persona all’attenzione di Berlusconi, il quale telefona senz’altro alla ragazza, la tempesta di domande, le parla per ore, sempre senza farsi riconoscere. Lasciamo a questo punto la ricostruzione, e addentriamoci nell’analisi. Berlusconi ha mentito, e la famosa intervista di Veronica Lario appare sempre più come un’opera di astuzia sopraffina, meditata in ogni virgola, da parte di una donna molto intelligente, dotata di un senso dell’etica molto elevato, e determinata, a questo punto possiamo azzardarlo, non già a divorziare dal marito, ma a distruggerlo. Lei si è assunta il compito di fare ciò che gli italiani non vogliono né possono: denudare il re, mostrare che il suo regno è pura cartapesta colorata a coprire una cloaca nauseabonda, una parodia di corte da basso Impero dedita a festini, malaffare, corruzione, e fondata unicamente sul pervertimento costante della realtà, dei significati, degli equilibri tra persone e cose operato grazie ad un uso pressoché sovietico della televisione. Con quelle due accuse, Veronica si dimostra ottima antropologa sia di suo marito che degli italiani, aprendo una falla potenzialmente distruttiva per il perpetuarsi dell’illusione su cui si fonda il consenso, e quindi il potere, dell’ex marito.
La morte. «Mio marito è malato.» A questo punto, sappiamo che le frasi di Veronica Lario vanno, insieme, intese alla lettera e interpretate in profondità. Abbiamo ormai la certezza che Berlusconi veramente sia un frequentatore di minorenni, dobbiamo perciò dedurne che sia anche veramente malato. Il modo in cui la Lario usa il termine “malato” non fa pensare ad una malattia fisica, o solo fisica: si percepisce il sottinteso di una malattia psichica, la distorsione della realtà ormai galoppante nella mente di Berlusconi-Napoleone, ormai definitiva, lanciata in un delirio di onnipotenza non più curabile. Io credo però che, al di là di queste osservazioni pur corrette, la malattia più grave di Berlusconi sia una malattia dell’anima. Berlusconi è ossessionato dalla morte. Ne è semplicemente terrorizzato. Non deve stupire: è un comico, in fondo, e si sa che i comici portano con sé nel loro profondo un’incurabile tristezza. Fa di tutto per evitarla, per esorcizzarla: i lifting, i trapianti, il trucco sempre più pesante e sempre più visibile sul viso stanco, la dieta maniacale, i check-up continui di qua e di là dell’Atlantico. Questo per ciò che riguarda la dimensione fisica; per quella metafisica, l’appartenenza a logge massoniche, il paganesimo vitalistico come bussola di vita, il mausoleo (peraltro abusivo) nel giardino di casa costruito da Piero Cascella ricoperto dentro e fuori di simboli massonici e paramassonici, in cui eternare se stesso e gli “eletti” più vicini – Confalonieri, Galliani e, sorpresa, Fede – e a creare così una nuova razza, una nuova élite. Non conta qui che questa élite assomigli in realtà ad una stracciona cupola mafiosa: conta il fatto che l’immortalità, ben più dell’esercizio terreno del potere, è l’orizzonte in cui va inscritta ogni iniziativa del vasto progetto berlusconiano. E che fosse vasto sin dal principio faremmo meglio ad accettarlo tutti, contrariamente a certa sinistra stupida ancora convinta che si trattasse unicamente della metastasi impazzita di un tentativo di chiamarsi fuori da alcuni processi, anche perché è solo in quest’ottica che si può percepire la reale portata del pericolo che tale progetto effettivamente è.
Colpisce, nell’articolo, che Berlusconi, nelle sue telefonate alla ragazza, insista moltissimo sul concetto della purezza: «Tu sei pura», «Tu devi assolutamente conservare la tua purezza.» Facile immaginare la parodia di corte berlusconiana dedita a orge succulente nelle varie ville in Sardegna e in Brianza. Sarebbe a mio avviso un errore, una concessione ai gusti del volgo, cui Berlusconi certamente appartiene, ma come origine, non come punto cui tende. Il volgo certamente si accontenta e si nutre di parodie, e il potere berlusconiano è del resto null’altro che un sinistro carnevale perpetuo: ma non per questo dobbiamo, nell’analisi, trattare parodisticamente la parodia. Al contrario, l’analisi della parodia impone semmai un surplus di serietà. Io credo che quelle parole, riportate dall’ex fidanzato della ragazza, siano assolutamente vere, e che Berlusconi fosse assolutamente sincero nel pronunciarle. Non che le orge manchino: ci saranno sicuramente, ma per questo genere di cose Berlusconi non ha bisogno di minorenni, che oltretutto non possono costituire il suo tipo di donna (notoriamente prosperosa e popputa). Gli bastano i troioni di cui Mediaset abbonda. L’articolo parla di trenta-quaranta ragazze, presumo più o meno dell’età di Noemi (all’epoca diciassettenne) portate in Sardegna con l’aereo privato di Berlusconi, e di «molte feste» che si sarebbero colà svolte. Concedo al massimo qualche carezza, forse un bacio: certo, cose sufficientemente laide, in quanto fatte da un ultrasettantenne a diciassettenni, ma lontane dall’orgia, dal consumo di quei corpi. Immagino invece Berlusconi seduto su una sedia a forma di trono guardare quelle ragazze ballare in costume di bagno. Un vecchio morente che sa che la vita non può più essere afferrata una volta trascorsa, che l’attimo non si ferma, che contempla lo spettacolo della vita che sboccia, ignara, nutrita ancora di sogni, lì a pochi passi da lui eppure in realtà lontanissima, separata, irraggiungibile, divisa da lui dall’abisso del tempo. L’unica cosa, assieme al comprendonio, che non si possa comprare. Quella vita prorompente che si esibisce lì, sotto gli occhi del Capo, seducente e sfrontata, eppure ingenua, in una contraddizione portata con la stessa leggerezza con cui si porterebbe una borsetta di Vuitton. L’illusione della vita per chi forse sta morendo nel corpo, e che interiormente è morto già da un pezzo, un sopravvissuto a sé stesso e al suo successo. L’illusione della semplicità per chi si è circondato di una coorte di servi avidi e furbi. L’illusione di un contatto umano per chi sa, ora che anche la parodia di famiglia non esiste più a causa della decisione di Veronica Lario, di poter contare solo sull’interessata solerzia dei propri clientes per non ritrovarsi solo.
Il diavolo. Berlusconi però sa anche altro, e cioè che questa storia può distruggerlo. Lo sa perché conosce il diavolo, cioè il popolo italiano, essere nefando come pochi proprio perché popolo come nessuno, nell’Occidente asettico e domato da troppi secoli di modernità. Quello stesso popolo che non ha battuto ciglio di fronte alle leggi ad personam, al gigantesco conflitto di interessi, agli avvocati (Previti se lo ricorda qualcuno?) e commercialisti (Tremonti) di famiglia nominati ministri giù giù fino alla candidatura delle veline, potrebbe rivoltarsi contro il Capo di fronte alla carezza tremante inflitta ad un braccio o alla coscia di Noemi. Perché quello italiano è, a tutti gli effetti, ancora popolo, non addomesticato dall’educazione, dalla religiosità riformata, dalla cittadinanza, dal culto nella scienza, in una parola dalla modernità, ma è il diretto discendente delle folle delle arene gladiatorie. Il Capo che oggi osanna, il giorno dopo azzanna, per il puro gusto del caos, del rovesciamento, della vendetta, e soprattutto a causa dell’invidia, che della relazione tra la folla osannante e plebiscitaria e il Capo è l’elemento fondamentale: perché queste sono le cose per le quali le folle sono al mondo, questa la loro legge, financo il loro diritto, non codificato eppure eternamente valido. L’ipocrisia stessa della giustificazione – la difesa della fanciulla innocente dall’insidia del drago: e anche questa è un’immagine evocata da Veronica Lario – sarebbe talmente enorme da cancellare con ciò stesso la colpa di aver seguito in perfetta connivenza il Capo per così tanto tempo.
Berlusconi è troppo squalo per non fiutare l’odore del sangue; solo che stavolta il sangue è il suo. L’esca lanciata dall’ex moglie ha perfino qualcosa di sublime: è la giusta vendetta, la vendetta di una congiura calibrata nel dettaglio da chi – l’imperatrice – più di ogni altro conosce i meandri del palazzo, il potere della casa, di quella dimensione in cui gli antichi Greci e Romani, con la stupidità malaccorta dei maschi maschilisti, relegavano le donne lasciando loro sovranità assoluta. Mai fidarsi di una casa, men che mai di un palazzo: i palazzi sono pieni di ombre, ad ogni passo i muri rigurgitano sospiri, verità origliate, segreti mortali. Il sole della razionalità maschile non vi penetra. La verità della casa non è una verità che si vede, ma che si annuncia, sussurrata a mezza voce, che cresce nel passaparola. Forse è per questo che le donne accolgono molto prima degli uomini i nuovi Profeti e le nuove Rivelazioni, quando queste sopraggiungono. Occorrono occhi femminili, molto più assuefatti all’ombra, orecchie femminili, molto più allenate all’ascolto, e non la lingua dei maschi, coi suoi interminabili spettacoli oratorii, per imparare a sopravvivere in un simile ambiente, dove le spade poco contano (semmai conta il pugnale, e ancor di più il veleno). Come tutti i maschi, Berlusconi è caduto nella vendetta della casa, non ha previsto la ribellione del palazzo nella sua parte più inaccessibile e intima, l’harem. Ed ora è lì, esposto ai venti della folla. Berlusconi conosce il volgo italiano e le sue reazioni. Si vede già appeso capovolto a piazzale Loreto. Per questo la tentazione, espressa ieri nel panico, di voler riferire in parlamento sul “caso Noemi.” Proprio il genere di spettacolo che piace a lui: un lungo monologo senza interruzioni, lo one man show. Il fatto stesso che abbia anche solo accennato a una cosa del genere dà un’idea di quanto terrore percorra l’uomo in questo momento. Il tiranno non è un aristocratico, perché viene dal popolo. Berlusconi nulla ha di aristocratico, e infatti è un tiranno. Sa che il popolo sbrana. E a questo punto non può più confessare la verità e riderci su, l’ultima “simpatica” canagliata di un’interminabile serie, come avrebbe potuto fare ancora fino a ieri. A questo punto, è costretto ad attenersi alle proprie bugie, trattandole come verità – ciò che annuncia disastri a venire: troppo forte il suo gusto per la menzogna, per la possibilità di recita assoluta, senza freni, dinanzi al mondo intero, che dire la menzogna comporta. Ciò che non sono riuscite a fare la magistratura, la legge, il voto, la storia, possono fare le ossessioni, la bramosia, l’eros: giusto per far capire agli inguaribili sostenitori dell’ottimismo quali poteri realmente contino al mondo. Berlusconi, che ha fatto del mistero attorno alla sua persona e al suo potere (specie per ciò che riguarda i suoi inizi) un’arte, lui che è l’incarnazione stessa dell’uomo più furbo e più accorto del mondo, potrebbe cadere per l’impossibilità di dominare la sua voglia di menzogna. L’uomo che ossessivamente fugge la morte più di ogni altra cosa alla fine potrebbe finirle dritto in bocca per l’impossibilità di frenare il piacere che prova nel seguire le altre sue ossessioni – ciò che lo fa sentire vivo, lui che è un morto vivente, e cioè, di nuovo, ciò che lui fa per sfuggirle. Se le cose dovessero realmente precipitare, a Berlusconi non resterebbe che una sola possibile messinscena, l’ultima: far sì che lo sbranamento lo rendesse un martire – qualcosa che forse al suo narcisismo non dispiace. Un modo, anche, per fare simbolicamente patta con la temuta sorella Morte, che paziente fuori dalle ville la sua ora attende.
12:48
Scritto da : doncarlos_ts
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10/02/2009
La visione del sabba. Per Eluana
Furbizia del diavolo (in tonaca e no), invece, nello stravolgere questa legge nascosta di Dio, e del seguirLo, nel far passare Eluana per la vittima dei nemici cattivi della vita. Vittima perché si sarebbe soppressa la sua vita, così dicono costoro – i suoi carnefici, che pretendono di passare per vittime, e di far passare la loro vittima, Eluana, come la vittima d’altri. Quale cristiano, io chiedo, può in coscienza difendere “il valore della vita”? Come? La vita – un valore? Non appare, quest’affermazione, come una contraddizione in termini? Un autentico sacramentum diaboli?
Quale altra religione se non il Cristianesimo dovrebbe annunciare con gioia, col sorriso sulle labbra, la sconfitta della morte? Se esistesse il valore della vita, i martiri non sarebbero tutti folli? O davvero si crede questo – che fossero, appunto, folli?
Le gerarchie vaticane – e ogni altro clero, sia chiaro – , fatte di vecchi avvizziti nel loro rancore contro la vita sono, da sempre, uno spettacolo difficilmente sopportabile per gli uomini di fede. Pensiamo a Nietzsche: come lui, tutti coloro per i quali il sacro non è banale devozione irregimentata, preordinata, ma palpito, ormai vedono e sentono nei luoghi del sacro istituzionalizzati, e cioè addomesticati, nulla più che i sepolcri di Dio. Queste gerarchie le ha fissate una volta per tutte, nei loro tratti sinistri, Dostevskij, in quel sublime episodio del dialogo con l’Inquisitore che, assieme all’altro dialogo, quello sull’assurdità del male, costituisce il vertice abissale dei Fratelli Karamazov. Seguendo gli esempi di quei maestri di libertà dello spirito e dell’intelletto, e non i rassicuranti santini dai colori pastello che mandano in sollucchero le auctoritates, ho sempre pensato agli amministratori del sacro, vere e proprie creature ministeriali di un’ipotetica Cassa di Risparmio dell’Anima, come a dei feroci guardiani dei propri assai remunerativi (in termini molto, troppo terreni) personali orticelli. Ma mai avrei pensato che le gerarchie potessero essere a tal punto atee, che potessero a tal punto spingere il loro odio verso Dio – che è totale assenza di limite, quindi implicante la liberazione, anche dal corpo pertanto – da incancrenirsi in un simile spettacolare controsenso per un credente, in un simile indecente trionfo del più becero materialismo che è codesto feticismo per la ‘vita’ – e la vita nel suo senso più basso, la vita vegetativa, senza coscienza, senz’anima. La bruta vita animale, la vita che non è nemmeno del corpo, il quale è permeato di reattività, di relazionalità, è totale apertura ad un esterno che comprende anche noi stessi, vissuti come un altro per poterci capire, ed è intriso di anima ed uno con essa; ma la vita della carne, della povera, muta carne, onesto servitore di quella sensibilità diffusa a sé rispondentesi in ogni suo punto che sono il corpo, l’io, l’anima. Da qui si vede la poca, la nessuna fede di questi uomini, la ristrettezza del loro punto di vista, fatto di tenebra, così lontano dal sole di vita che è Cristo glorioso. Il quale ci dice invece che la morte, come la vita, è un gioco, il gioco di Dio, cui dobbiamo prendere parte, volenti o nolenti: perciò, meglio volenti, né Lui non è affetto dal gioco, e dalla nostra scelta. E anche ci dice come chi si fermi ai dogmi, alle regole, alle disposizioni, ai distinguo più o meno sottili, sia perduto, perduto che nemmeno lo Spirito Santo potrà salvarlo, perché mai sarà eterno fanciullo nel gioco divino (e infatti fanno a gara, le Istituzioni, sacre o profane che siano, nel non lasciare che i bambini, storpiati da subito grazie all’“educazione”, non vengano a Cristo).
Lo diceva oggi il cardinale di Firenze in un’intervista, di cui purtroppo non riesco a recuperare il link. Diceva anzitutto che la Chiesa, in questa storia, è vittima, e figuriamoci; e ne lodava la debolezza, la flebile voce – la Chiesa, un’armata di ferro in questo Stato spappolato, in balia di politicanti pronti a venderlo al miglior offerente. Ma diceva anche altro, scandalo su scandalo: che «il Cristianesimo è una religione ragionevole». Ragionevole! Il Cristianesimo una religione ragionevole? E questo sarebbe dunque il magistero delle auctoritates? Il senso del mistero del sacrificio sul Golgota? Dell’amore di Cristo, della stralunata dolcissima celeste follia del suo irraggiungibile ideale etico? Il Cristo del quale si sa bene cosa pensasse delle persone «ragionevoli»: andassero a chiedere, le auctoritates, ai mercanti del tempio. Più ragionevoli di loro, che sapevano e sanno e sapranno trovare un prezzo per ogni cosa a questo mondo! Già, ma fuori dal mondo? Lì, almeno, le lingue biforcute o stordite tacciono; e chissà cosa ne pensa il buon cardinale, e la sterminata coorte dei suoi seguaci, convinti che il divino abbia nome, cognome e indirizzo...
(Voi che amate troppo le vostri mogli, i vostri figli, la vostra vita: è umano, è comprensibile. Ma la fede è un’altra cosa. Tornate dunque a casa, dalle vostre mogli, dai vostri figli, e lasciate stare la fede. È su un altro piano. Non abbiate paura di voltarle le spalle: siate sinceri, siate umani, abbiate il coraggio dei vostri limiti. Sarete salvi comunque. Ma lasciate stare la fede: con voi, con la vita ordinaria, con la normalità, coi “valori”, la fede non c’entra. Essa è dislimite, essa è disvalore. Perché incommensurabile è il suo oggetto, e l’amore di Dio può apparire una notte senza confine. Dio può ricompensare l’uomo con la morte, la povertà, la malattia, la peste, la disgrazia, la lebbra – se questo è il percorso che l’anima deve seguire. L’anima consapevole, però. Perché Dio mai potrebbe non essere compartecipazione: e chiede quindi consapevolezza e coscienza. Il dio che chiede a un vegetale di persistere nel restare tale in nome dei “miracoli” a buon prezzo mediatico e pro causa di beatificazione (i Buoni del Tesoro del Ministero dell'Economia dell'Anima), dei “forse” e dei “chissà” è il dio degli eserciti, desideroso, troppo, di stabilire i propri non expedit. Tornate allora dai vostri figli, e accarezzateli. È segno anche quello, la carezza vostra, dell’amore di Dio. Vivete con semplicità, ma non nominate la fede. Perché sta di là del mondo, e se non sentite quell’anelito, quel desiderio di salpare su quelle navi bianche dalla prua a forma di cigno – o di drago –, allontanatevi dalle rive senza confini dell’oceano dell’Essenza divina. Per ora, almeno. Amore sarà per voi comunque, sarà per tutti.)
Non così i bambini, si diceva. Non si lasciano tentare da ciò che troppo definiti ha nome, cognome, indirizzo. I bambini non ricordano i nomi, tendono a storpiarli. Allo stesso tempo, ne sono affascinati. Sono ancora in una fase divina: la prima cosa fatta da Adamo in Paradiso fu dare i nomi a tutto. Ai bambini importano solo i nomi, e nel nome è tutta la cosa, non c’è bisogno di frugare, oggettivare, vivisezionare oltre. «Un fanciullo che gioca è il Ciclo perenne; del fanciullo è il Regno» (Eraclito). E di una fragile ragazza, aggiungo, in stato vegetale da 17 anni, ma viva abbastanza, come tutte le persone veramente libere, per porre fine con un ultimo fulmineo, repentino scatto verso l’alto all’oscena commedia, al sabba che attorno al suo dramma si andava scatenando.
00:35
Scritto da : doncarlos_ts
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